Aymane Benjaa e il futuro dell’energia mediterranea
Il presidente della CEMER racconta origini, obiettivi e sfide di un progetto che guarda al Mediterraneo come a uno spazio comune di energia e cooperazione.
NORD AFRICAMEDITERRANEOAFRICAMEDIO ORIENTEEUROPA


D - Buon pomeriggio, siamo qui con Aymane Benjaa, presidente della CEMER francese, grazie per essere qui con noi a rispondere alle nostre domande.
Benjaa – Buon pomeriggio a voi.
D - Partiamo dalle basi fondamentali: per chi non ne avesse mai sentito parlare: cos’è la CEMER?
Benjaa – La CEMER è un'associazione di diritto francese che lavora alla creazione di una federazione di associazioni lungo le due sponde del Mediterraneo. La sua ambizione è diventare una grande organizzazione internazionale: come la CECA lo è stata ieri per l'Europa, la CEMER lo sarà domani per il Mediterraneo. Ci ispiriamo al modello della CECA, la Comunità Europea del Carbone e dell'Acciaio, istituita nel 1951, che trasformò antichi rivali in partner economici duraturi e gettò le fondamenta di quella che sarebbe diventata l'Unione europea. La CEMER è un nuovo quadro di cooperazione regionale incentrato sulle energie del futuro: solare, eolica, idroelettrica, moto ondoso, biomassa. Uno spazio di scambio e di cooperazione per fare del Mediterraneo occidentale la prima area al mondo per produzione di energie pulite.
D – In che contesto nasce questo progetto politico? Come nasce in ambito francese?
Benjaa – Il progetto è nato nel 2020, nell'ambito di un'iniziativa promossa da M'jid El Guerrab, deputato francese impegnato al fianco delle popolazioni del Maghreb e dell'Africa occidentale. È un uomo che conosce il terreno, profondamente radicato nella realtà delle due sponde del Mediterraneo. Il suo impegno personale è stato decisivo per trasformare un'intuizione in un progetto concreto. M'jid ha portato la risoluzione al Parlamento francese il 26 novembre 2020, e questa è stata approvata a larghissima maggioranza: 353 favorevoli, 6 contrari. Un voto trasversale che dimostra come la CEMER non sia un progetto di parte. È un progetto che unisce. Il contesto? Da un lato, il Nord del Mediterraneo, l'Unione europea, si è posto obiettivi climatici ambiziosi, con una riduzione del 55% delle emissioni di gas serra entro il 2030. Dall'altro, i Paesi del Sud, il Maghreb in particolare, dispongono di risorse energetiche rinnovabili colossali. 848.736 TWh l'anno di potenziale teorico in Nord Africa: sufficienti a soddisfare oltre 40 volte la domanda mondiale di elettricità. 38 Nuovo Meridiano · Intervista La CEMER nasce dalla constatazione che questa complementarità geografica ed energetica dovrebbe generare un'interdipendenza vantaggiosa per tutti. Anziché i tradizionali rapporti Nord-Sud, proponiamo una vera solidarietà produttiva.
D – Partendo da queste risorse quali sono però i vostri obiettivi concreti? Vi state muovendo con reti di advocacy, progetti sul territorio o entrambi?
Benjaa – Entrambi, senza dubbio. La CEMER non deve essere un semplice think tank. È un «ensemblier», un integratore di progetti a finalità d'interesse generale. I nostri obiettivi si muovono su tre piani. Il primo è quello della riflessione e dei dati: vogliamo avviare uno spazio di scambio che diventi la prima sede di riflessione e di produzione di dati locali sulle energie rinnovabili mediterranee. Il secondo è l'azione sul territorio, ed è il cuore concreto del progetto: censire le centinaia di iniziative locali di produzione di energia pulita già presenti nella regione, promuoverle attivamente e finanziarle. È qui che nasce il marchio CEMER, pensato proprio per catalizzare gli investimenti. Il terzo piano è quello del riconoscimento internazionale: vogliamo diventare un'istituzione riconosciuta dagli Stati e dalle organizzazioni internazionali. Dunque, sì: advocacy politica, ma anche un radicamento territoriale concreto. Lavoriamo con le società civili, le imprese, gli enti locali, i parlamenti nazionali e regionali. È un movimento «dal basso verso l'alto».
D – La visione appare come prettamente pan-mediterranea, quindi la prima domanda che ci sorge ora è quali siano i vostri principali partner sulle due sponde oggi.
Benjaa – Abbiamo partner importanti in Francia, ma il cuore del progetto è il partenariato franco-marocchino. Da patriota marocchino innamorato della Francia e impegnato da diversi anni nella cooperazione franco-marocchina e nell'amicizia tra questi due Paesi, posso dirle che la CEMER è anzitutto una convergenza di interessi tra due Paesi e due sponde. Il Marocco possiede risorse solari ed eoliche straordinarie. La Francia ha la competenza tecnologica e politica. Insieme, creiamo qualcosa di unico. E questo partenariato si concretizza in modo esemplare: guardi alle relazioni franco-marocchine di oggi. Non si riducono più agli schemi di ieri. Vediamo emergere progetti concreti, nuove forme di cooperazione. E il trattato di amicizia eccezionale che sarà firmato nell'ottobre 2026, in occasione della visita di Stato di Sua Maestà il Re del Marocco a Parigi, sarà il primo trattato di questo genere nella storia dei due Paesi. È in questo spirito che opera la CEMER, collaboriamo anche con altri attori, dalla Spagna al Montenegro ma il partenariato franco-marocchino è fondativo: è l'alleanza strategica che dà credibilità al progetto. Ciò che cerchiamo non sono partner governativi immobili, ma una dinamica che scaturisca dai popoli e dai territori stessi, su entrambe le sponde del Mediterraneo.
D – Ok, devo ora passare ad una domanda più complessa e delicata. L’impostazione di un progetto simile che parte dalla Francia in direzione del Nord Africa rischia facilmente di mostrarsi come una forma di neocolonialismo o, più precisamente, di colonialismo verde: cosa, secondo lei, vi distingue da quel modello? Cosa rende la CEMER una realtà differente?
Benjaa – È un'ottima domanda, ed è legittima. Sì, esiste un rischio reale che le iniziative euro-mediterranee nel campo dell'energia si traducano in «colonialismo verde». Ma da marocchino e francese nel cuore, impegnato da diversi anni nella cooperazione franco-marocchina, devo dirle una cosa: io pongo questa domanda dall'interno della mia regione, del mio Paese natale. Ed è proprio per questo che la CEMER esiste. Perché noi, gli attori del Sud, abbiamo detto: «No, non lasceremo che questo schema venga riprodotto.» E abbiamo strutturato la CEMER in modo da prevenirlo. Il primo principio è la complementarità reale, non l’estrazione. Non diciamo al Maghreb «producete energia per noi, per l’Europa», ma «producete anzitutto per soddisfare i vostri stessi bisogni crescenti; poi, se avrete un surplus, esportatelo alle vostre condizioni commerciali». È una logica di sovranità energetica prima di tutto. La CEMER è inoltre costruita dal basso verso l'alto e, punto cruciale: le società civili, le imprese, i cittadini del Sud sono co-creatori, non beneficiari passivi. Il marchio CEMER garantisce che i progetti rispettino criteri rigorosi: sviluppo sostenibile locale, occupazione creata nelle regioni ospitanti, benefici equamente condivisi, piena trasparenza finanziaria. Ma soprattutto non vogliamo imporre la CEMER, viene proposta a tutti i Paesi mediterranei che lo desiderino, nel rispetto della loro sovranità legale e delle loro priorità nazionali. La CEMER è questo: due sponde che riconoscono di avere un interesse reciproco e lo affermano insieme, a voce alta, da pari. Guardi anche ai Mondiali del 2030: sono un esempio perfetto di questo nuovo spirito mediterraneo. Due continenti che partecipano insieme, in un progetto unificante. È lo spirito che portiamo avanti. Allo stesso modo, i legami che stiamo sviluppando, come quelli tra Italia e Algeria dell'ultimo anno, tra Spagna e Marocco, tra Francia e Marocco, dimostrano tutti che questa convergenza è già in atto. La CEMER ne è l'espressione energetica.
D – Vogliamo passare adesso ad un altro tema concreto. La CEMER è stata approvata nel 2020 dal parlamento francese ma ha iniziato a svilupparsi più concretamente negli ultimi due anni. Quali ostacoli state trovando lungo il percorso? Che siano essi burocratici o tra i principali partner.
Benjaa – Siamo in una fase di strutturazione. La risoluzione parlamentare del 2020 ha conferito una forte legittimità politica, ma passare dal «sì politico» al «sì operativo» richiede tempo ed è normale. Le sfide che incontriamo sono di tre nature: politiche, finanziarie e tecniche. Riguardo le prime, i governi hanno calendari elettorali diversi e priorità mutevoli. Mobilitare poi gli investimenti su scala regionale esige fiducia reciproca, quadri giuridici chiari e visibilità sul ritorno degli investimenti. Infine potenziare le interconnessioni elettriche esistenti fino a farne un vero sistema regionale richiede investimenti infrastrutturali ingenti. Ogni piccolo progetto riuscito crea però un precedente, costruisce fiducia e attira nuovi partner. Le società civili e i giovani delle due sponde portano avanti questo progetto con passione.
D – Ci spostiamo verso un quadro preciso: guardando all’Italia quali sono le vostre aspettative come possibili partner? Roma ha diversi progetti autonomi che riguardano le interconnessioni energetiche, incluso il tanto discusso Piano Mattei: come vedete la posizione italiana in questo contesto mediterraneo?
Benjaa – L'Italia è un partner naturale e strategico per la CEMER. E voglio essere molto chiaro: non parliamo di concorrenza tra Paesi europei. Parliamo di complementarità. L’Italia è già un hub energetico regionale, con interconnessioni operative verso Tunisia e Libia, un operatore di rete di livello mondiale come Terna e un campione globale delle rinnovabili come Enel, che in Nord Africa è attivo da tempo. Quando l’Italia parla di cooperazione energetica mediterranea non fa teoria: parla di esperienza concreta. Il governo italiano ha lanciato il Piano Mattei, e la CEMER è il quadro perfetto per dare corpo a quella stessa visione. Non si tratta di un'iniziativa francese a cui l'Italia dovrebbe aderire. È una visione comune per il Mediterraneo. Vediamo l'Italia come un partner politico e operativo di primo piano.
D – Per concludere vi chiedo dove vedete la CEMER fra cinque anni, come si collocherà nello scenario politico mediterraneo?
Benjaa – Tra cinque anni, mi piacerebbe assistere a un cambiamento profondo: un consenso parlamentare transregionale che trasformi questa visione in realtà. Sul terreno: almeno 50-100 progetti concreti a marchio CEMER, operativi o in costruzione, diversi miliardi di euro di investimenti mobilitati, migliaia di posti di lavoro creati. Il mio obiettivo principale per i prossimi 18 mesi è mobilitare i parlamenti delle due sponde perché votino la loro adesione alla CEMER. I governi a volte esitano, ma i parlamenti rappresentano direttamente il popolo. E il popolo vuole questa transizione. Quando 10-12 parlamenti avranno votato la CEMER, i governi non avranno più scelta. Seguiranno. Perché sarà stato il loro stesso popolo a chiederlo. È il modello inverso che vogliamo: dal popolo verso i governi. Rivolgo un appello rispettoso al Parlamento italiano: «L'Italia ha l'opportunità di diventare un partner alla pari nella trasformazione energetica del Mediterraneo. Votate l'adesione alla CEMER. Lavorate con noi, con il Marocco, con tutti i Paesi del Sud e del Nord. Mostrate alla regione che il Mediterraneo può unirsi attorno a un progetto positivo.» Immaginiamo la CEMER estendersi a tutto il Mediterraneo: Spagna, Italia, Grecia, Cipro, Malta, Montenegro al Nord. Marocco, Algeria, Tunisia, Libia, Egitto al Sud.
D – C’è qualche ultima cosa che vorrebbe dire prima di concludere l’intervista?
Benjaa – Auspico che la CEMER diventi un modello a cui altre regioni del mondo possano guardare, dando vita a proprie comunità energetiche regionali. È la transizione che si decentra e mette radici nei territori, invece di essere imposta dall’alto.


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