I Sacrificabili e gli Investitori
La crisi dei Rohingya affonda le radici in una lunga storia di discriminazioni e giochi di potere, tra interessi estei, radicalizzazione nei campi profughi e il silenzio della comunità internazionale.
ASIAOCEANO INDIANO






La crisi dei Rohingya, minoranza musulmana concentrata nell’odierno Stato Rakhine (Arakan), affonda le sue radici in una lunga storia di discriminazioni e violenze etnico-religiose che hanno attraversato la Birmania nel corso del XX secolo. Per oltre quattro secoli, il territorio arakanese fu governato dal Regno di Mrauk-U, caratterizzato da un forte cosmopolitismo e da una convivenza multireligiosa. Tuttavia, alla fine del XVIII secolo, il regno fu annesso dalla Birmania e successivamente incorporato nei territori dell'India Britannica. Lo storico e diplomatico G. E. Harvey descrisse l’Arakan post-annessione come un “deserto silenzioso”, ridotto in rovina dalla conquista birmana
Durante la Seconda Guerra Mondiale gli arakanesi e i musulmani della regione combatterono al fianco dei contingenti britannici e indiani contro l’esercito birmano e giapponese nella speranza di vedersi riconosciuta l’indipendenza al termine del conflitto. Tuttavia, tali aspettative furono però disattese e l’Arakan venne incorporato nei confini della nuova Birmania.
Nel corso del ‘900, la costruzione di un’identità nazionale birmano-buddista marginalizzò ulteriormente i Rohingya, privandoli di riconoscimento politico e sociale e, specialmente, del diritto alla cittadinanza.
Le persecuzioni hanno raggiunto il loro apice nel 2017 quando hanno costretto oltre 700.000 Rohingya ad abbandonare il paese per fuggire nelle nazioni confinanti, principalmente in Bangladesh. Le violenze di quell’anno hanno portato alla distruzione di oltre 350 villaggi abitati dalla minoranza.
L'operato della giunta militare è stato facilitato dall'assenza di reali contrappesi interni: Aung San Suu Kyi, per anni simbolo della transizione democratica, si è trovata politicamente isolata tra l’intransigenza dell’esercito, la pressione dell’opinione pubblica e la comunità internazionale. Il 2017 fu anche l’anno dell’assassinio di Ko Ni, giurista musulmano impegnato nella riforma della legge sulla cittadinanza. Tale evento, dal forte impatto simbolico, sancì l’ulteriore decadimento della situazione.
La crisi umanitaria dei Rohingya si va però ad inserire in un più ampio quadro geopolitico che include gli interessi cinesi nella regione e la Nuova Via della Seta. La regione del Rakhine è infatti centrale per gli interessi economici di Pechino per via di due progetti fondamentali: il porto ad alto pescaggio di Kyaukpyu e il nuovo gasdotto Myanmar-Cina. Tali infrastrutture hanno infatti l’obbiettivo di ridurre la dipendenza cinese dallo stretto di Malacca. Per tali ragioni Pechino, mano a mano che la reputazione internazionale del paese crollava, ha intensificato costantemente il proprio sostegno alla giunta militare.
Al contrario, il Gambia, sostenuto dall’Organizzazione della Cooperazione Islamica (OIC), ha intentato nel 2019 una causa per genocidio presso la Corte Internazionale di Giustizia. Questo processo ha rappresentato un passo significativo nella tutela dei diritti Rohingya, anche se l’assenza di pressioni efficaci ha impedito un cambiamento concreto della realtà dei fatti.
Nel frattempo, il prolungato abbandono della comunità Rohingya ha facilitato fenomeni di radicalizzazione. Nei campi profughi di Cox’s Bazar e Chittagong in Bangladesh, il diffondersi di ideologie wahhabite, reso possibile dai finanziamenti sauditi e pakistani, ha favorito l’emergere di frange estremiste e di un crescente estremismo religioso fino ad alcuni anni fa quasi inesistente. Ciò ha fornito alla giunta birmana un pretesto per perseguire la repressione come misura anti-terrorismo, ottenendo taciti consensi in alcuni ambienti conservatori occidentali.
Ad oggi, il colpo di Stato del 2021 e la nuova incarcerazione di Aung San Suu Kyi (dal 2023 nuovamente agli arresti domiciliari) hanno ulteriormente aggravato l’isolamento dei Rohingya. Il Consiglio di Sicurezza dell’ONU, bloccato dal confronto tra Stati Uniti e Cina, non ha attuato interventi risolutivi, lasciando la minoranza Rohingya priva di protezione e prospettive certe. Il Myanmar rimane un paese in crisi, lacerato da conflitti tra una molteplicità di gruppi armati e milizie etniche, mentre il regime militare continua a rappresentare un perno strategico per gli interessi di Pechino.
