Il cambio di regime siriano nel contesto del balance of power mediorientale

Dalla fine del Ba'th al ricevimento alla Casa Bianca, il nuovo governo siriano ha capovolto in diciotto mesi il proprio posizionamento internazionale. Dietro la parabola di Al Shara si intravede però una partita più larga: quella tra Turchia e Israele, con Washington a tenere aperte entrambe le porte.

MEDITERRANEOMEDIO ORIENTE

Thiago Bianchi

9/28/202610 min leggere

La dipartita del Ba’th e la fine della guerra civile siriana

A 13 anni dalla repressione nel sangue delle proteste - figlie del cosiddetto periodo delle “Primavere Arabe” - perpetrata dal regime di Bashar al-Assad, l’8 dicembre 2024 la guerra civile siriana giunse al termine, portando alla dipartita del Partito Ba’th a guida Alawita, al potere da mezzo secolo, configurandosi come un “turning point” chiave della recente storia siriana.

La complessa e articolata fusione tra partito, apparati e uffici statuali e legami etno-settari aveva reso il Ba’th un sistema estremamente radicato all’interno dello Stato siriano, proteggendo parimenti la tenuta del regime di fronte all’ondata di proteste degli inizi degli anni dieci del duemila e mostrando una resilienza di gran lunga superiore a paesi quali Libia, Egitto e Tunisia.

Gli Assad, in tal senso, sono stati autori di un’operazione politica estremamente fine, volta ad ottenere una legittimazione multi-livello da parte della popolazione e degli apparati statali, a tal punto che - riporta in un articolo la Fondazione Oasis (2025) - la dipartita del Partito Ba’th ha rappresentato “un atto simbolico rilevante sia per la Siria che per l’intero mondo arabo” e che “a livello nazionale viene eliminata la piattaforma politica da cui aveva tratto legittimazione la famiglia Assad fin dall’inizio degli anni Settanta”.[1]

Da un punto di vista marcatamente temporale, l’evoluzione della guerra civile siriana è stata caratterizzata da più di dieci anni di frammentazione, scontri fra fazioni e relativi intrecci geo-politici che, nei fatti, hanno conferito al conflitto una valenza strategica molto più ampia di una “semplice” contesa fra gruppi armati. Gli interventi, a più ordini e livelli, di Stati Uniti, Federazione Russa e Turchia a sostegno di una o dell’altra componente armata hanno fatto sì che la Siria divenisse un paese estremamente diviso da un punto di vista territoriale, nonché instabile politicamente.

Sorprendente è stata, da questo punto di vista e alla luce di quanto riportato sopra, la celere dipartita del regime di Bashar al-Assad a seguito dell’offensiva lanciata dalle forze del Hay’at Tahrir-al Sham, guidate da Ahmad al-Shara a partire dal 27 novembre del 2024. Nell’arco di poche settimane, infatti, le forze guidate dall’ex qaedista hanno condotto la propria avanzata fino a Damasco, acquisendo il controllo degli apparati governativi e costringendo Assad alla fuga, in esilio, a Mosca. 51 anni di governo, dunque, sono crollati sotto i colpi di una manciata di giorni di offensiva militare, laddove i precedenti 13 anni erano stati caratterizzati da stallo e incertezza.

Al Shara, proclamato leader ad-interim nel processo di transizione dello stato siriano, guida tutt’oggi il paese nella primissima fase post-ba’th e, in un anno e mezzo di operato, ha contribuito a imprimere diversi cambiamenti nella postura internazionale della Siria.

Al Shara: la rottura con il passato e le difficoltà interne

Dal canto suo, il neo-proclamato presidente ad-interim ha dovuto avviare un percorso di ricostruzione e rifondazione costellato da numerose difficoltà e vincoli, sia di natura esogena che di natura endogena.

In primo luogo, la dipartita del Ba’th non ha potuto rappresentare una piena e totale acquisizione del controllo del territorio siriano nell’accezione che notoriamente viene conferita al termine “stato”: la presenza di diverse fazioni armate, nonché di diversi gruppi etnico-religiosi minoritari (cristiani, curdi, gli stessi sciiti che per mezzo secolo avevano goduto della tutela alawita) ha reso sin dai primissimi giorni di governo il lavoro di Al Shara particolarmente complesso e non privo di ambiguità e complessità.

A tal proposito, ancora il primo di aprile del 2025 “le autorità curde e il governo centrale hanno firmato un nuovo accordo (dopo quello del 10 marzo) allo scopo di risolvere lo status amministrativo di Aleppo”[2], a testimonianza delle criticità riscontrate nella regolazione dei rapporti inter-etnici e nella gestione del processo di nation-building post-Assad.

Ancor più critico, da questo punto di vista, risulta essere il trattamento che il gruppo Hay’at Tahrir al-Sham (HTS), di matrice islamista e in passato direttamente collegato ad Al Qaeda, riserva ai gruppi cristiani presenti nel paese. All’interno del proprio sito, a tal proposito, Porte Aperte ETS riferisce di rischi di rapimenti, molestie e stupri per le donne cristiane, nonché di enormi difficoltà per gli uomini nel trovare lavoro, pressioni, percosse e molteplici pressioni subite nel corso della propria vita quotidiana[3].

Proprio il trattamento riservato alla minoranza cristiana fu una delle ragioni additate dall’IDF per perpetrare le incursioni territoriali che, dalla fine della guerra civile siriana in avanti, sono diventate sistematiche e cruciali nella strategia israeliana di creazione di zone cuscinetto ai propri confini.

In un contesto, dunque, di estrema fragilità interna e di difficoltà nel creare un tessuto socio-politico interno in grado di conferire stabilità al neonato governo, la coltivazione di nuove relazioni all’interno dello scacchiere regionale è stata la carta principale giocata da Al Shara nel tentativo di imprimere credibilità e legittimazione - esterna, prima che interna - al regime. Il riavvicinamento con l’occidente, e con gli Stati Uniti in primis, è da leggersi proprio in quest’ottica.

La nuova Siria e il riavvicinamento all’Occidente

Al Shara, in quanto leader politico e militare, è investito da un passato di militanza all’interno dello Stato Islamico e del fronte Al-Nusra; entrambe frange appartenenti all’islamismo radicale sunnita tanto combattuto e osteggiato dall’occidente a guida statunitense nel contesto della cosiddetta Guerra Globale al Terrore avviata da Washington a seguito degli attentati alle Twin Towers dell’11 settembre 2001.

Eppure, il 9 novembre del 2025 lo stesso Al Shara è stato accolto con tutti gli onori del caso alla Casa Bianca presieduta da Donald Trump, divenendo il primo leader siriano dopo una lunghissima fase di isolamento a essere ricevuto nella capitale statunitense. La stessa persona che in passato guidò frange militari vicine all’ISIS, in occasione dell’incontro ha veicolato l’annuncio del “probabile inserimento di Damasco nella Coalizione internazionale contro lo Stato Islamico”[4].

Soltanto tre giorni prima, in vista del bilaterale Trump - Al Shara, il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite aveva proceduto a rimuovere le sanzioni nei confronti della Siria:

«[la risoluzione] presentata dagli Stati Uniti e approvata con 14 voti a favore e un’astensione (Cina), ha rimosso Al Sharaa e il ministro dell’interno Anas Khattab dalla lista degli individui e delle entità legati ai gruppi jihadisti Stato islamico e Al Qaeda, e soggetti quindi a divieti di viaggio, congelamento dei beni ed embargo sulle armi .»

Se si pensa alla postura tenuta dagli Stati Uniti lungo l’intero corso del primo ventennio del XXI secolo nei confronti dell’estremismo di matrice islamica, una misura del genere potrebbe risultare sorprendente. Tuttavia, la logica adottata dall’apparato statunitense è da leggersi all’interno di un mutato contesto regionale nell’area mediorientale, caratterizzato da una crescente instabilità politica e militare a seguito dei fatti del 7 ottobre 2023 in Israele, dal dilagare del conflitto a Gaza e della tensione - veicolata prima tramite i proxy e poi anche direttamente - fra lo Stato Ebraico e la Repubblica Islamica dell’Iran, sempre meno velato burattinaio di gruppi armati ostili a Israele e Stati Uniti quali Hamas a Gaza, Hezbollah in Libano e gli Houthi in Yemen.

Di fronte all’emergere di nuove sfide e minacce all’egemonia regionale, gli Stati Uniti - attraverso una mirata operazione all’insegna della realpolitik - hanno spalancato le proprie porte alla leadership di Al Shara, considerata alla stregua di un potenziale alleato regionale, specie alla luce, invece, del naturale allineamento fra il precedente regime di Assad e Teheran.

All’alba della fuga di Assad a Mosca, nel dicembre 2024, i media europei ed occidentali avevano immediatamente sottolineato la lettura secondo la quale il regime change fosse stato possibile per via dell’impossibilità della Russia di garantire al Ba’th la tradizionale protezione militare di cui il regime aveva potuto godere nei decenni precedenti, legando principalmente la vicenda al contesto della guerra russo-ucraina.

Oggi, invece, alla luce dell’esplosione del conflitto fra Israele e Stati Uniti da una parte, e Iran dall’altra, risulta essere molto più immediato il collegamento con le dinamiche marcatamente e meramente regionali. Quel che emerge, a conti fatti, è che a perdere un alleato cruciale più di tutti fu proprio Teheran, che da quel momento ha sperimentato sulla propria pelle un costante e manifesto incremento degli attacchi armati rivolti direttamente contro il proprio territorio, fino ad arrivare a veri e propri scontri diretti quali la guerra dei 12 giorni del giugno 2025 e gli attacchi statunitensi perpetrati a partire dal febbraio 2025.

Tuttavia, se da un lato il ri-allineamento alla Siria diventa decisamente più logico in relazione agli interessi strategici statunitensi, dall’altro la vicenda non può essere completamente delucidata senza riferirsi anche ad un altro attore rilevante nella regione.

La Turchia guidata da Recep Tayyip Erdoğan, in tal senso, rappresenta il tassello mancante per inquadrare la rilevanza del regime-change siriano, difficilmente comprensibile alla luce del triangolo Stati Uniti - Israele - Iran.

La Turchia come convitato di pietra negli equilibri regionali

Sin dal suo insediamento in qualità di Primo Ministro della Turchia, Erdoğan si è dimostrato un leader politico caratterizzato da leadership forte, carisma e, soprattutto, animato dalla strenua volontà di apporre una netta cesura rispetto alla tradizione kemalista della Moderna Turchia. Al suo riguardo, l’ISPI commenta che “nessuna figura aveva dominato così a lungo la politica turca con altrettanto carisma”[5] e, ancora, che “In un’intervista, lo stesso Erdoğan descrisse il proprio carattere esplosivo come un tratto peculiare della gente del quartiere popolare in cui è nato”[6], a sottolinearne la personalità e la determinazione nel voler diventare uno dei leader più influenti della Turchia contemporanea.

In tal senso, la ricerca di una postura caratterizzata dal cosiddetto neo-ottomanismo risulta essere una direttrice cruciale per comprendere a pieno la visione coltivata da Erdogan in relazione alla politica estera e all’inquadramento internazionale di Ankara. In relazione, dunque, agli obiettivi perseguiti dalla sublime porta, l’Iran rappresenta senza dubbio un rivale nel raggiungimento dell’egemonia regionale, proprio alla luce della fitta rete di relazioni coltivate da Teheran con i diversi gruppi armati attivi nella regione.

Nondimeno, tuttavia, agli occhi di Ankara la presenza di un Israele sempre più aggressivo, impegnato in una guerra perpetua che a oggi conta sette fronti aperti e che nei fatti assume i connotati di uno scontro esistenziale animato da ideali originanti dal fondamentalismo religioso, non può che non essere considerata alla luce di una minaccia della stessa entità, se non addirittura superiore, di quella rappresentata da Teheran.

Le rispettive retoriche via via sempre più aggressive nei confronti della controparte, in tal senso, rendono bene l’idea della progressiva difficoltà a coesistere percepita da Turchia e Israele, a tal punto che, per molti analisti, la frattura in essere fra i due paesi rappresenta le fondamenta del prossimo scontro che caratterizzerà le vicende regionali negli anni a venire.

La questione del cambio di regime siriano, in quest'ottica, inquadra in maniera puntuale il livello della dialettica fra Ankara e Tel Aviv: la Turchia di Erdogan, infatti, si è posta a tutela e garanzia delle forze guidate da Al Shara sin dalle primissime fasi della guerra civile siriana, vedendone un’opportunità storica per scalzare l’ostile regime di Assad e consolidare ulteriormente il proprio peso regionale.

In questo contesto, diventa chiaro immaginare come le continue incursioni di Israele all’interno della Siria possano, un domani, rappresentare un casus belli perfetto per innalzare il livello della tensione fra i due paesi, aprendo le porte ad uno scontro diretto fra Ankara e Tel Aviv.

Di fronte a questa instabilità, nonché alla presenza di una moltitudine di poli di potere all’interno dell’area medio-orientale, come si collocano realmente gli Stati Uniti è complesso da definire. Certamente, la superficiale analisi secondo la quale Washington, in questa fase, rivolga il suo incondizionato supporto soltanto a Israele, anteponendo la tutela del suo alleato a ogni altro obiettivo strategico nella regione, risulta essere quantomeno riduttiva. Il caso siriano, su tutti, contribuisce a rafforzare questa tesi.

La Siria come chiave nella lettura della postura degli USA in Medio Oriente nei prossimi decenni

Sebbene la cronaca degli ultimi anni abbia sempre sottolineato come la principale direttrice di Washington, in relazione alle dinamiche del Medio Oriente, verta su un incondizionato sostegno alle politiche poste in essere da Israele, nei fatti alcune manovre orchestrate - o quantomeno avallate - da Washington sembrano andare in controtendenza rispetto a ciò.

Basti pensare, a tal proposito, alla decisione della Turchia di aderire al controverso Board of Peace, controverso organismo internazionale lanciato da Donald Trump nel gennaio del 2026 con il pretesto di gestire la governance dell’area della Striscia di Gaza a seguito del tanto acclamato, quanto disatteso, cessate il fuoco fra Hamas e Israele.

L’adesione al Board of Peace, per Ankara, ha potuto significare - in questa fase, a onor del vero, soltanto in forma ideale - l’ingressso a pieno titolo nella gestione delle dinamiche della striscia di Gaza, acquisendo peso specifico nel giardino di casa di Tel Aviv.

Ancora, la recente decisione statunitense, annunciata dal tycoon Donald Trump all’indomani del vertice NATO di Ankara del luglio del 2026, di rimuovere le sanzioni sull’acquisto degli F-35 da parte della Turchia, delinea un clima di progressiva distensione nelle relazioni fra i due paesi.

In una fase, dunque, di profondo e crescente malcontento da parte di una fetta considerevole di opinioni pubbliche nei confronti dell’operato di Israele, gli Stati Uniti sembrano voler arrivare preparati ad un potenziale futuro in cui Tel Aviv non sarà più il principale asset nella regione.

Ri-legittimare la Siria, riconoscendone la valenza strategica e rivendicando, più o meno pubblicamente, l’impegno statunitense nella riuscita del regime change si configura come la più classica delle isteriche e scriteriate esplicitazioni trumpiane di dinamiche molto più profonde e risalenti nel tempo in essere all’interno del decision-making americano in tema di politica estera e relazioni internazionali. Damasco, seppur sponsorizzata da Ankara, diventa dunque un attore da cooptare, da cullare e preservare; il suo leader passa da essere, in questo senso, un pericolosissimo jihadista ad un interlocutore necessario e cruciale per preservare la tenuta dell’influenza americana nella regione.

Il Ba’th, nella sua accezione e coniugazione siriana, era senza dubbio un regime autocratico ereditabile di padre in figlio; prima di tutto, però, conferiva alla Siria un collocamento internazionale all’insegna del dis-allineamento dagli interessi degli Stati Uniti, ragion per cui il processo di regime change ha rappresentato, per Washington, un’occasione irripetibile per provare ad aumentare il suo spazio di manovra regionale. Al Shara e il neonato governo siriano, dal canto loro, hanno immediatamente saputo cogliere la ghiotta possibilità di estendere le maglie del riconoscimento internazionale rispetto a quanto accaduto nel dicembre 2024, e non hanno esitato a stringere la mano tesa da coloro che un tempo si configuravano come i loro principali avversari.

[1] Fondazione Oasis, ND, “Siria: lo scioglimento del Ba‘th segna la fine di un’epoca”, Ultima cons. 5 febbraio 2025.
https://www.oasiscenter.eu/it/siria-lo-scioglimento-del-ba-th-segna-la-fine-di-un-epoca

[2] Colombo, Matteo, Primavera, Mauro, ISPI, 2025, Siria: l’Era al-Shara’, tra ricostruzione economica e fragilità interne, https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/siria-lera-al-shara-tra-ricostruzione-economica-e-fragilita-interne-214219

[3] Porte Aperte ETS, https://www.porteaperteitalia.org/world-watch-list-nazione/2026/siria/

[4] Rossi, Emanuele, MedOr Italian Foundation, 17 novembre 2025, https://www.med-or.org/news/lincontro-trump-al-shaara-tra-lotta-al-terrorismo-e-realpolitik

[5] ISPI, 2017, “Il profilo di Recep Tayyip Erdoğan”, https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/il-profilo-di-recep-tayyip-erdogan-17102

[6] Ivi

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