L’istituzionalizzazione della battaglia di Kosovo Polje

Lo scontro tra serbo-ortodossi e musulmani kosovari attraverso la lente culturale.

EUROPA

Diego Canale

10/11/20266 min leggere

Quella che ci accoglie all’aeroporto internazionale di Prishtina è una fresca mattinata di fine maggio. Il cielo si presenta di un azzurro intensissimo, senza nuvole, a due o tre sfumature dal blu Europa che riempie la bandiera kosovara. Lo desideravamo da almeno quattro mesi questo road trip, e quale meta migliore per capire l’unicità degli ex paesi jugoslavi se non il Kosovo, centro geografico e ideologico delle idiosincrasie balcaniche. Il mix di culture e l’unicità di questa regione ci si presentano già nelle primissime ore di visita. In questo senso, la passeggiata all’interno della città vecchia è illuminante: tra edifici neoclassici, palazzine brutaliste di epoca titina e un’impressionante densità di kebabberie, il richiamo alla preghiera del muezzin, a sole due ore da Milano, non può che colpirci e affascinarci. Tuttavia, questo assaggio di convivenza del diverso non sarebbe stata l’esperienza più impattante della giornata.

Una delle tappe di quel venerdì sarebbe infatti stata la Piana dei Merli, probabilmente il luogo più importante per la geopolitica emozionale della Serbia. Nonostante oggi si sia convertita in un polo industriale locale, nel XIV secolo questa pianura ospitò la battaglia di Kosovo Polje (appunto “pianura dei merli”). Tale scontro vide l’esercito ottomano del sultano Murad I imporsi sui battaglioni cristiani condotti dal principe serbo Lazar, nonostante la morte in battaglia di entrambi i condottieri. Il conseguente inizio dell’epoca di vassallaggio di Belgrado sotto i turchi diventò presto la fiamma che tenne in vita la volontà di riscatto serba per quasi cinque secoli. Di quella impresa militare storica oggi rimane solo il persistere del cinguettio dei merli insieme alla torre del Gazimestan (“luogo degli eroi”) che, per dare un’idea, può essere paragonata, coi dovuti limiti, alla Torre monumentale di San Martino della Battaglia. Una volta raggiunto il sito monumentale, ci accorgiamo subito di un certo livello di degrado: strada sterrata poco segnalata, vegetazione lasciata a sé stessa e un’incuria generale che apparentemente stona con la rilevanza storica del luogo. Comunque, soddisfatti dall’aver vissuto un luogo talmente carico di significato, riprendiamo la guida in direzione del sito successivo, a un paio di chilometri di distanza e profondamente legato alla Piana dei Merli: la tomba di Murad I. A questo punto la storia cambia e non di poco. Visite istituzionali, blindati della KFOR (“Kosovo Force”, forze internazionali NATO) e interi pullman turistici affollano il luogo di culto musulmano. La disparità di cura è evidente nel momento in cui osserviamo la manutenzione dei luoghi serbi-ortodossi e di quelli musulmani.

Quella che sembra una particolare coincidenza in realtà trova riscontro in un’effettiva battaglia ideologica a bassa intensità tra le istituzioni kosovare e la SOC, ovvero la Chiesa Serbo-Ortodossa. Mentre Prishtina fa della sua identità etno-albanese e musulmana il proprio cavallo di battaglia politico - ovvero l’elemento pivotale della sua esistenza, la SOC continua ad aggrapparsi strenuamente al proprio ruolo di difensore della storia serba in Kosovo. Attraverso l’Eparchia di Ras e Prizren (sua principale circoscrizione in Kosovo), la SOC agisce attualmente come elemento di disturbo al processo di completa attuazione dell’indipendenza kosovara. Oltre a non riconoscere la sovranità di Prishtina e, dunque, la perdita di potere di Belgrado su tale regione, la chiesa serbo-ortodossa svolge un ruolo centrale nella protezione dei monasteri ortodossi in Kosovo, cuore pulsante dell’identità serba locale.

Giuridicamente, le origini dello scontro vanno ritrovate nel Piano Ahtisaari del 2007, ovvero la proposta elaborata in sede ONU che ha fatto da canovaccio per la stesura della legge fondamentale kosovara. Da tale base è stata quindi fatta promanare la Legge 03/L-039 del 2008, che disciplina la tutela di una categoria tipizzata, ovvero la Zona Protetta Speciale (ZPS). Ai sensi dell'articolo 2, per ZPS si intende “un’area definita da una mappa, o un’area delimitata che circonda un monumento, un edificio, un gruppo di edifici, un complesso, un villaggio o un centro storico, che è tutelata da qualsiasi intervento o attività che possa danneggiarne il contesto storico, culturale, architettonico o archeologico, l’ambiente naturale o l’aspetto estetico”. Sotto tale categoria ricadono, per esempio, i monasteri di Gračanica, Peć, Dečani e Prizren, riconosciuti come patrimoni dell’umanità dall’UNESCO; ma anche lo stesso sito del Gazimestan, con la sua trasandatezza. Le difficoltà nel curare tali luoghi così carichi di significato politico derivano anche e soprattutto dalla complessa architettura gestionale. Quest’ultima, infatti, trova al suo nucleo l’Implementation Monitoring Council (IMC), sostanzialmente un organismo di supervisione che ha l’obiettivo di manutenere le ZPS e facilitare i rapporti tra istituzioni kosovare e SOC.

Ma è proprio la membership dell’IMC che ha causato diverse crisi di tale organo, crisi che hanno naturalmente avuto conseguenze negative sulla gestione delle ZPS. Riunendo attori con posizioni antipodali come alcuni ministeri del governo kosovaro ed esponenti della chiesa serbo-ortodossa, insieme a rappresentanti di organizzazioni internazionali come UE e OSCE, i rischi di scontro si sono presto fatti sentire. Innanzitutto, prendendo in esame i siti ufficiali sia degli uffici UE dedicati alla questione kosovara, sia dello stesso IMC, è difficile poter riscontrare i lavori di quest’ultimo organo. Da un certo punto di vista, è possibile affermare che, o da una parte la trasparenza delle istituzioni facenti parte del consiglio di supervisione è scarsamente rispettata, o lo stesso IMC è definibile perlomeno in uno stato di stallo temporaneo”. Effettivamente, tra il 2020 e il 2024 i rapporti tra governo di Prishtina e SOC hanno subito un serio peggioramento, in particolare dopo le politiche nazionalistiche del premier Albin Kurti e la famosa “crisi delle targhe”. Solo a fine 2024 si è tornati a una parziale ricomposizione del legame, anche se sostanzialmente a causa delle pressioni dell’Unione Europea, la quale minacciava di mettere in stand-by il processo di adesione di Prishtina al progetto comunitario se non fosse stato risolto l'alterco con la comunità serbo-ortodossa.

In questo delicato intrico di relazioni tra vari attori, le potenze esterne con interessi nel rapporto Kosovo-SOC sono diverse. Naturalmente, da una parte troviamo l’Unione Europea, che nella questione dei siti culturali esercita già un ruolo diretto, grazie alle sue rappresentanze all’interno dell’IMC e ai pesanti investimenti fatti nella regione. Allo stesso tempo, un altro player fondamentale è la Turchia, che attraverso una serie di fondi sovrani e agenzie di cooperazione nazionali ha messo a disposizione di Prishtina un’ingente quantità di denaro destinato in particolare al restauro di beni culturali e religiosi islamici. Dopo un’attenta passeggiata nella città vecchia della capitale kosovara e nella zona vicina a George Bush Boulevard, è infatti possibile riscontrare diverse insegne che riportano l’intervento della TIKA, ovvero l’agenzia turca per la cooperazione e il coordinamento, che per esempio tiene in appalto la costruzione della prossima moschea più grande dei Balcani. Dall’altro lato della medaglia, la SOC è naturalmente sostenuta dalla Serbia, la quale trova a sua volta supporto dalla Russia, in continuità con la tradizionale politica di fratellanza slava. Proprio il Piano Ahtisaari, formulato in ambito onusiano, era stato al tempo bocciato proprio per il veto contrario applicato da Mosca, in protezione dell’integrità territoriale di Belgrado. A fare da equilibrista tra le due posizioni sono indubbiamente gli Stati Uniti. Dopo un’iniziale vicinanza alle posizioni autonomiste e in seguito indipendentiste kosovare, e nonostante l’attuale e persistente venerazione che Washington gode nel giovane paese balcanico, gli Stati Uniti si sono progressivamente neutralizzati, in particolare dopo le politiche di scontro frontale adottate dal governo Kurti.

Per questi diversi motivi, ad oggi i rapporti tra SOC e istituzioni kosovare sono più complessi che mai. La tensione permanente tra serbo-ortodossi e mondo musulmano passa anche attraverso le parole del patriarca Porfirio, che negli ultimi due anni ha riacceso la rivalità tra le due comunità di fedeli, ergendosi nuovamente a grande protettore religioso del nazionalismo serbo. In definitiva, la questione della gestione dei luoghi di culto serbo-ortodossi in Kosovo rivela una tensione che va ben oltre la semplice tutela del patrimonio culturale. Si potrebbe parlare, in un certo senso, di un “diritto di successione degli Stati a rovescio”, per cui è il Kosovo, quale autorità territoriale, a esercitare il controllo su monumenti e monasteri che costituiscono però una parte fondamentale della memoria storica, religiosa e identitaria serba. Ne deriva una situazione paradossale, nella quale Prishtina si trova a essere chiamata a tutelare un patrimonio che, per il suo stesso significato simbolico, contribuisce a ricordare una presenza serba storicamente radicata nel territorio. In questo contesto, il controllo di Prishtina su una parte così rilevante del patrimonio serbo-ortodosso assume inevitabilmente anche una dimensione politica. La tutela, la manutenzione, l'accessibilità e persino la qualificazione storica di questi luoghi diventano questioni attraverso cui si confrontano due narrazioni del Kosovo: quella serba, che interpreta monasteri e chiese come testimonianza materiale della propria presenza storica e religiosa, e quella kosovara, che tende a ricondurre tali monumenti all'interno del patrimonio culturale del territorio dello Stato kosovaro. Un’analisi, questa, che promana da una semplice quanto illuminante visita a un sito culturale con scarsa manutenzione. Un minuscolo assaggio dell’enorme complessità di una terra come quella balcanica.

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