Myanmar: I disastri non fermano le guerre

Il terremoto del 28 marzo ha causato migliaia di vittime, ma la giunta militare non si ferma: intensifica i bombardamenti e ostacola gli aiuti umanitari. Un dramma che si ripete, come nel 2008 con il ciclone Nargis.

ASIAOCEANO INDIANO

Davide Costantini

3/30/20251 min leggere

Il terremoto che si è abbattuto il 28 marzo 2025 sul Myanmar torna ad aprire vecchie ferite e traumi che la nazione continua a non riuscire a superare.

Le regioni più colpite sono Sagaing, Mandalay e Naypyidaw, dove migliaia di edifici, tra cui abitazioni, scuole e luoghi di culto, sono stati distrutti o gravemente danneggiati. Sebbene sia ancora difficile ottenere dati certi, le stime attuali parlano di quasi 2.000 morti, oltre 3.400 feriti e un numero incalcolabile di sfollati.

Quello che possiamo constatare è che, come già visto in passato, è stata presa la spietata e violenta decisione di non cedere ad una tregua nemmeno in un momento simile. Poche ore dopo che il più devastante terremoto degli ultimi decenni si è abbattuto sul paese, la giunta ha intensificato i bombardamenti nelle regioni controllate dalle minoranze etniche ribelli e in particolare nello stato Shan, al confine tra Cina e Thailandia.

Un episodio che richiama alla memoria quanto drammaticamente accaduto nel 2008 con il ciclone Nargis. La regione colpita, all'epoca, fu quella del delta dell’Irrawaddy, dove il ciclone causò più di 140.000 morti e un milione di sfollati. All'epoca la giunta militare rifiutò gran parte degli aiuti internazionali. Un report di Amnesty International del 5 giugno 2008, riferì, inoltre, della sistematica confisca da parte dell'esercito dei beni di prima necessità e degli aiuti umanitari arrivati da tutto il mondo. L’azione venne giustificata dall’intenzione di impedire che qualsiasi forma di soccorso potesse raggiungere le compagini ribelli che potessero trovarsi nella regione

Oggi, come 17 anni fa, l’accesso agli aiuti umanitari è ostacolato non solo dalla distruzione di infrastrutture cruciali - come l’aeroporto di Naypyidaw e diversi ponti sull’Irrawaddy - ma anche dall’intensificarsi dei bombardamenti, che si stanno abbattendo con violenza su civili e ribelli. Mentre la giunta chiede aiuti alla comunità internazionale, le sue stesse azioni ne impediscono la corretta distribuzione, trasformando il soccorso in un’arma politica e lasciando gran parte della popolazione in balia della tragedia.