Saigon, 1954. La Guerra d'Indocina volge al suo termine, in direzione di una breve pausa che condurrà al più noto conflitto del Sud-Est Asiatico: la Guerra del Vietnam. È nel contesto dello smarrimento della colonia francese che trova la sua ambientazione la storia di Thomas Fowler (Michael Caine) e Alden Pyle (Brendan Fraser): il primo un giornalista del London Times, corrispondente dal Sud-Est asiatico, il secondo un rappresentante della delegazione umanitaria statunitense.
The Quiet American traspone sul grande schermo il romanzo omonimo di Graham Greene, pubblicato nel 1955. Il libro, pochi anni dopo, venne considerato in parte profetico, ma, secondo chi viveva all’epoca in Indocina, aveva rappresentato soltanto l’ovvio sviluppo delle cose.
Tra amore e potere, una storia che non guardiamo
Thomas Fowler è un anziano giornalista, corrispondente in Indocina per il London Times da diversi anni, un uomo stanco sia del lavoro che della vita europea, che in Vietnam ha trovato un nuovo amore, sia nei suoi lenti ritmi tranquilli, sia nella giovane amante Phuong. Alden Pyle è invece appena arrivato nel paese, è un americano che lavora nell’ambito umanitario per conto dell’ambasciata e, subito, si innamora del paese, e di Phuong. Ma la pellicola non si apre con il ritmo tranquillo delle mattine trascorse a sorseggiare il tè: si apre con il cadavere di Pyle sulle rive del Mekong, e con Fowler che descrive l'amico all'ispettore francese come «un americano tranquillo».
Mentre la narrazione ci mette in primo piano la sfida d'amore tra l’americano ed europeo per il Vietnam, quasi portandoci a dimenticare la morte di quell’americano tranquillo, sullo sfondo la storia ci parla di un argomento che non attira la nostra attenzione come dovrebbe, una storia che il giornalista segue, ma che siamo troppo distratti per seguire attentamente, trovandoci depistati quando tutto inizia a riassestarsi.
La Terza Forza
The Quiet American dimostra che la disinformazione più pericolosa non è la menzogna sfacciata, ma la certezza sincera e la neutralità comoda. La menzogna ha bisogno di qualcuno che ci creda e di qualcun altro che non abbia intenzione di smontarla.
Pyle è un uomo di una sola idea, ma enorme: che il mondo si regga su un equilibrio di tessere, e che basti togliere il Vietnam perché crollino tutte le altre. È la teoria del domino - la paura che in quegli anni muoveva la politica americana - ridotta ad una certezza di fede. La “Terza Forza”, di cui parla di continuo nel film, è ciò che quella fede gli detta: non i francesi che se ne vanno, non i comunisti che avanzano, ma una terza via, ovviamente filoamericana, che impedisca alle tessere di cadere. Il problema è che Pyle il domino lo vede solo sulla mappa: le tessere, per lui, non hanno volto . Pyle rappresenta una forma di idealismo puro: non è un cinico, sebbene possa sembrarlo, è sinceramente convinto di agire per il meglio, di fare la cosa giusta per il Vietnam. Pyle possiede le conoscenze per comprendere il Vietnam, le ha imparate e le ha studiate alla perfezione, ma gli manca il collegamento con la realtà del paese di cui vorrebbe decidere il destino; sa tutto del Vietnam ma di un Vietnam che ha creato lui stesso.
Dall'altra parte abbiamo invece Fowler, il giornalista che vuole guardare tutto con distacco assoluto; lui non prende posizione, racconta “il fatto per quello che è”, una formula che nasconde un problema grave: la distinzione tra riportare una notizia per come viene raccontata e per come è davvero.
Obiettività e Neutralità, il grande paradosso anche del giornalismo contemporaneo, entrambe vengono lentamente storpiate in una forma che non si limita a non prendere posizione nel riportare una notizia ma che porta, volutamente o meno, a evitare di parlare di quelle notizie che potrebbero recarci fastidio.
Se una notizia viene politicizzata, secondo questa linea di neutralità, allora è meglio non commentarla ma riportarla per come viene raccontata, in modo da non fare torto a nessuno… se non alla realtà stessa. È in questo modo che, di giorno in giorno, l’obiettività si traduce in una forma di inappetenza giornalistica.
E il Vietnam?
Il film è ambientato in Vietnam, i personaggi ne parlano di continuo, eppure, dove finiscono i suoi abitanti? La sua vera identità?
Ecco, Phuong che si muove tra i due protagonisti, cercando l’uomo che la allontanerà dalla sua condizione. Phuong, che fa innamorare qualsiasi uomo la guardi, è il Vietnam: un paese corteggiato da entrambi e raramente ascoltato davvero. Agiscono per il suo bene, uno mentendole, l'altro convinto di insegnarle il suo stesso paese, mentre lei vorrebbe soltanto andarsene, o almeno sposarsi per iniziare una vita nuova.
L’anima vietnamita nel film viene raccontata con amore dalla voce narrante di Fowler, ci convince di quanto ci si innamori di quel paese mistico appena toccata terra; eppure, quell’amore per il paese è qualcosa di possessivo, che non mette in luce le sue caratteristiche, il suo vissuto, la sua cultura: questi elementi rimangono una caratteristica estetica di cui innamorarsi, ma che non trovano il modo di diventare autonomi. Non lo diventano con la storia d’amore e nemmeno con la storia politica, dove qualcuno di più grande e ricco deve gestirne le fila.
Una produzione parlante
Vale la pena, a questo punto, soffermarsi sulla storia produttiva del film. Il romanzo originale fu pubblicato nel 1955, un primo film venne distribuito nel 1958 e, infine, il remake arrivò nel 2002.
Non è un caso se, in questa occasione, abbiamo deciso di parlare del film del 2002 e non di quello del 1958. Nel 1955 il libro venne identificato come antiamericano e, in un periodo come la Guerra Fredda, subì non pochi episodi censori.
Potrebbe apparire quindi strano che, in un tale contesto storico e politico, in America abbiano scelto di produrne una versione cinematografica. Appare meno strano nel momento in cui ci si ferma a valutare come quella trasposizione prese forma: nella versione diretta da Joseph L. Mankiewicz l'intera tematica della disinformazione, delle attribuzioni fallaci di responsabilità, delle informazioni manipolate venne semplicemente meno: Pyle era davvero l'eroe del film che salvava Fowler e i vietnamiti; in sostanza il film abbandonava la critica della Terza Forza e ne faceva anzi la sua morale.
Per questo il film venne ripudiato da Greene, e quasi 50 anni dopo si decise di lavorare a questa nuova trasposizione. Una trasposizione che sarebbe stata non solo fedele al tema centrale del romanzo, ma che avrebbe potuto vantare una serie di riferimenti a quello che fu effettivamente il futuro del conflitto in Vietnam. Girato tra febbraio e aprile 2001 e previsto nelle sale per il novembre di quello stesso anno, la tragedia delle Torri Gemelle ne rinviò l'uscita: un film dalla nomea tanto antiamericana risultava inopportuno in quel clima, e finì per essere distribuito, silenziosamente, l'anno successivo.
L'obiettività come valore o come annullamento
Proprio sulla chiusura del film è il caso di riprendere il discorso, cercando di limitare il più possibile gli spoiler più gravi.
Fowler accetta di riportare sul giornale le "atrocità comuniste" anche quando è assolutamente consapevole della realtà, in parte per senso di protezione, in parte perché il suo lavoro è diventato quello: riportare la notizia, non indagarla. È una responsabilità diversa dalla volontà deliberata di disinformare, non per questo meno grave.
Il film lo dimostra nella sua chiusura, con un montaggio di prime pagine - tutte firmate da Fowler - che va da Dien Bien Phu al 1966: la sconfitta francese, la divisione del paese, i primi "consiglieri" americani, i bombardamenti sul nord, lo sbarco dei marine, fino ai quasi cinquecentomila soldati statunitensi impegnati nel conflitto. Ogni prima pagina ripete lo stesso mantra: comunisti, attacchi comunisti, combattere i comunisti, lo stesso che apriva la strage riportata da Fowler. La versione ufficiale non viene mai corretta da chi avrebbe dovuto correggerla: Fowler ha compreso la realtà, ma sulla pagina continua a raccontare la guerra nel linguaggio che sa essere una costruzione. La pellicola infine chiude con un’immagine esemplificativa: un soldato bendato, accanto al titolo dei 495.000 soldati americani schierati in Vietnam. L’immagine di una nazione, di un esercito arrivato in Vietnam convinto di sapere tutto, ma che è rimasto incastrato, cieco, in una palude di fango.
Nel 2000 Gallup condusse un sondaggio tra la popolazione americana: il 30% degli intervistati non riconosceva di aver perso il conflitto in Vietnam e un intervistato su cinque era convinto che gli Stati Uniti avessero combattuto al fianco del Vietnam del Nord. Nel 2025 invece, l’Emerson College per il 50° anniversario condusse un nuovo sondaggio, rilevando che il 50% degli americani non sapeva indicare per quale ragione si fosse combattuto in Vietnam.
Dentro il film la versione ufficiale non viene mai corretta; fuori dal film, cinquant’anni dopo, gli americani ricordano una guerra senza averla mai compresa.
In un tempo in cui l'informazione dovrebbe essere il contrario della confusione, The Quiet American ci ricorda quanto sia sottile il confine tra la realtà e le sue versioni e quanto sia più semplice non attraversarlo.
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